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16.06.06

Sensazione sottile

Era da parecchio tempo che combattevo una strana inquietudine che mi accompagnava, non voluta, nelle gelide giornate di quell’inverno tedioso. I brillanti colori lasciati dalla tramontana non mi dicevano più niente ed a pensarci bene niente m’interessava più di tanto.

Chiamai questo mio stato d’animo con una parola usata e forse abusata per più di un’occasione, ma che rendeva bene l’idea: disagio. Sensazione sottile, pellicola amorfa che avvolge, isola, filtra e distorce. Come una malattia che toglie il senso del gusto, obbligato a mangiare senza provare il piacere che da’ l’assaporare e il degustare, patina di noia stesa da un pennello crudele sulla gioia di vivere. Speravo e cercavo di convincermi che il mio stato d’animo dipendesse da quell’inverno triste, che con il sole sarebbe riapparsa la mia voglia di vivere, che i suoi caldi raggi avrebbero dissolto pellicole e vernici ridandomi il gusto della vita. Ma l’inverno era ancora lungo, la mia primavera lontana. Decisi di avvicinarla. Scartai il letargo, anche se come sistema poteva essere efficace, aveva serie difficoltà di realizzazione, quindi optai per la migrazione verso il caldo: caraibi. Viaggiare in aereo è noioso e dopo avere visto tanta acqua, vedere brandelli di terra fa molto piacere, un po’ meno quando l’aereo si abbassa, il brandello si avvicina e ingrandisce velocemente, la torre di controllo pare un campanile di qualche chiesetta di campagna e l’aeroporto dall’alto è una macchia marrone, come una grande capanna. L’aereo si abbassò ancora e sembrava inverosimile che ci fosse un aeroporto intercontinentale in mezzo alla giungla , con alberi spezzati e tagliati ai lati della pista, ma c’era. Cinture allacciate, la striscia verde degli alberi, atterraggio, applausi al comandante, saluti e sorrisi e finalmente si scende. Il ventre dell’apparecchio partorisce dalle scalette altri uccelli migratori come me, vogliosi di sole ed esotismo, con la loro settimana in qualche villaggio turistico “all inclusive”. Il Bavaro Hotel era veramente un bel posto, bella camera, condizionatore, piscina, Buffet ben fornito, perfino i tortellini alla panna, Dio, i tortellini alla panna ai carabi con 30 gradi, e c’era anche gente che se li mangiava. Scartai tutte le varie attività più o meno ludiche che il villaggio offriva, ma fui attirato da una escursione con le “moto” a quattro ruote nei villaggi vicini.

In pullman fino al luogo di partenza, in un recinto ci aspettavano quelle che chiamavano moto, ma che mi sembravano dei trattori gocattolo, casco e poi partenza. Dopo un po’ di sabbia e di foresta, la guida ci fece fermare in quello che definiva un villaggio, 10 casupole in legno con tanto di abitanti che ci guardavano in maniera stupita, forse ben istruiti dalla locale "pro loco" per darci la sensazione di vivere un film sull'esplorazione dei luoghi selvaggi, salvo poi dirci di prendere delle caramelle allo spaccio, quello sì fatto come nei film sudamericani. Era una costruzione in legno, con il tetto di lamiera fortunatamente ricoperto con rami e foglie di palma, all'interno stagnava un'oscurità anticaldo, un senso di polvere e di America nel frigo a pozzetto "Enjoi Coca Cola". Un'istituzionale ventilatore da tavolo, al lato del banco, rinfrescava la faccia rugosa e inespressiva della proprietaria. Brancolai assieme agli altri turisti del gruppo per trovare qualcosa da bere quando notai una ragazza, in piedi, accanto ad uno scaffale che mostrava timido le sue poche mercanzie. Era sulla linea della porta e la luce dall'esterno le rischiarava il volto, gli occhi scuri, il naso sottile, la bocca infantile. Aveva qualcosa di bello che attirava il mio sguardo. Mi fissò anche lei, forse incuriosita dal mio guardare e tutto ciò non sfuggì ad una voce che si materializzò da una sedia, incastrata nella penombra. La voce mi chiamò, “Senor” ed io mi avvicinai. " mi chinai verso la voce che adesso proveniva da una testa femminile, " te gusta la Chica? ".  “Si” risposi, “ es muy bonita". Mi fece avvicinare, la proprietaria della voce si alzò e vidi che era una donna vecchia a e grassa. “vuole foliar la chica?" Una puttana, una puttana in vendita. Non dissi niente, pagai la coca e le caramelle ed uscii. La vecchia mi attendeva, con la ragazza poco distante. Mi sentii addosso il suo sguardo deluso, di rimprovero. Non mi sembrava una puttana, ma poi, vaffanculo, non ero forse venuto anche per farmi qualche scopata?
Alla luce del giorno la vecchia grassa non sembrava poi tanto vecchia ad osservarle meglio il volto; portava tra le rughe il ricordo di una bellezza svanita, con i lineamenti scolpiti, segni che la vita non facile lasciano sul viso, che offendono il corpo e quello che è peggio, induriscono l’anima.

La ragazza era scomparsa, seguii la vecchia. La baracca dove mi portò era ornata da alcuni bambini che giocavano, che entravano e uscivano, si rincorrevano e con le loro voci squillanti mitigavano lo squallore che emanava quel posto.
Quando notarono la mia presenza mi attorniarono tendendo le mani. Dispensai loro le caramelle, poi la donna li fece andare via ed entrammo. Era una unica stanza, su un tavolino un fornello a gas e poche stoviglie, nel mezzo un tavolo con delle sedie, dalla parte opposta un vecchio letto dal quale due occhi scuri mi stavano guardando. La ragazza era già lì ad aspettare.
Mi colpì l’apparente pulizia che stonava con il posto, mi sentivo defraudato, avrei potuto dire di un posto sudicio e squallido, invece no, era pulito ed anche le povere cose disposte con ordine. La ragazza si era già messa a sedere sul letto ed io sentivo su di me sempre il suo sguardo di deluso rimprovero, o forse ero io che lo immaginavo, forse ero io che mi guardavo con deluso rimprovero. Cinquanta dollari mi disse la ruffiana, quaranta mi venne di dire, cinquanta, tiengo cinco ninos.
All’improvviso capii, era sua figlia, mi stava vendendo sua figlia. Qualche volta capita di volere scendere nel proprio inferno, nelle proprie meschinità o forse accettare la propria natura, vedere quanto si può cadere in basso; tirai fuori il portafoglio e le porsi i 50 dollari, poi le girai le spalle. Mentre mi giravo il mio volto incrociò i miei occhi da un frammento di specchio attaccato alla parete, passò oltre e si trovò a fissare la ragazza che intanto si era alzata la gonna, scoprendo le gambe e il ventre, facendo spiccare il folto del pube. Mi vergognai di me stesso, dell’arroganza dei mie soldi, della situazione nella quale mi ero messo. “Ferma”, mi trovai a gridare alla madre che non era ancora uscita.
Decisi di punirmi, se si può definire una punizione quello che volevo fare, ma non mi meritavo quella giovane.
Con un gesto invitai la ragazza ad uscire e poi alla madre che mi guardava interrogativa “ non me gusta la chica, es mas jobane “ così la spinsi la figlia verso la porta e chiusi. Volevo toccare il fondo? Ero sulla strada giusta, pago per una giovane puttanella e poi mi trombo la mamma. E’ caldo, non mi piaccio, non mi piace la situazione, ma mi costringo a viverla.

La vecchia mi guarda ancora sorpresa, non riesce a capire, la faccio sedere sul letto, mi sbottono e tiro fuori un verme inanimato “ non vorrai farmi fare figuracce vero?” penso guardandolo, le afferro i capelli lanosi e gli avvicino la testa all’uccello, un attimo di esitazione poi lo prende in bocca, il lombrico si anima. Evito di guardarla, di guardare le rughe, forse la rassegnazione. L’uccello si fa duro, la vecchia puttana ci sa fare, la faccio rialzare e l’appoggio al tavolo, le alzo il vestito, non ha le mutande, il culo grosso, le allargo le gambe, mi metto il preservativo, sputo sulla mano, mi lubrifico, cerco il suo buco ed entro.
La stanza mi entra negli occhi, di nuovo il fornello sul tavolino, il letto, anche il frigorifero, il vestito fantasia della vecchia, il suo viso appoggiato al tavolo, il frammento di specchio che adesso mi rispedisce un pezzo di viso dalla finestra, quella della ragazza. Faccio finta di non vederla e mi concentro sulla trombata. La faccio spostare dal tavolo, mi guarda stupita, la spoglio e l’accarezzo, il gusto dell’orrido? Sono sudato ma non mi tolgo niente. La metto sul letto, la giro, carponi, non voglio vederla nel viso, la penetro di nuovo, mi attacco ai seni tenuti pieni dal grasso, li stringo, pompo sempre più velocemente, la faccio sdraiare, le gambe fuori dal letto, la tengo per le spalle e infine vengo. Rimango sdraiato su di lei ansimando, con il sudore che mi cola, mi appiccica; poi, con fatica, mi rialzo. La ruffiana si mette a sedere sul letto, indugia nel vestirsi, ostenta la sua nudità, mi guarda e mi sembra di vedere un sorriso sulle sue labbra. Tende le mani e mi sfila il preservativo, questa volta sorride davvero. Non so se sorride perché si sente gratificata per averla preferitaa sua figlia o perché mi considera più pervertito di altri clienti. Assieme al sorriso allunga un braccio con uno straccio per pulirmi, mi asciugo il sudore, l’uccello, le do un bacio sulla fronte ed esco sentendomi sulla nuca il suo sguardo divertito. Arrivo allo spaccio per riprendere la moto, un tipo incazzato sbraita in spagnolo per il mio ritardo, e dopo un paio di “ Vada por el culo” rimetto in moto, cavaliere con macchie e paure, e me ne ritorno in albergo, per oggi ne ho abbastanza.

Postato da: Sesso il 16.06.06 11:03