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22.05.05

Minerva

Marco frequentava da alcune settimane una chat sadomaso. Regina indiscussa di quella chat era Minerva. Le sue battute sottili e pungenti mettevano tutti a posto in pochi colpi, ma aveva spesso parole di incoraggiamento per tutti. x4x

A Marco piaceva molto l’ambiente BDSM, gli piacevano le foto di donne dominanti che trovava su internet e i forum sull’argomento. Man mano che esplorava questo nuovo mondo si rendeva conto che da sempre aveva avuto nella sua mente il sogno di essere lo schiavo di una donna. Quel giorno era a casa, la sera avrebbe festeggiato il suo compleanno andando in discoteca con gli amici. La dedica del DJ sarebbe stata il massimo della gratificazione. Era un po’ triste per via che ormai gli si era ficcata in testa la voglia di fare lo schiavo e non vedeva soluzione pratica all’orizzonte. Così accese il computer ed entrò nella chat per lui ormai così familiare. Salutò l’OP e gli confidò che quello era il giorno del suo compleanno. La mitica Minerva entrò poco dopo. Era sempre gentile e si sapeva che non accettava mai di parlare in privato con gli altri partecipanti. Sosteneva che quello era un salotto ed il bello era la conversazione a più voci. Come al solito Marco usciva dal suo angolino con allegri commenti e spiritose battutine. La voglia di prendere in giro era più forte di lui, anche se si rendeva conto che forse non era il modo migliore per essere agganciato dalla padrona dei suoi sogni. Miracolo! Minerva lo chiama in privato “Buon compleanno Marco! Come va?” “Grazie Padrona” si affrettò a rispondere e la conversazione andò avanti tranquillamente per un po’. Certo Marco usava la parola grazie un po’ troppo spesso, era intimidito dal fatto di discutere con quella che intuiva essere una mistress anche nella realtà, voleva riuscire ad interessarla, sperando che fosse lei ad introdurlo finalmente nel mondo che tanto sognava e così continuava ad uscirsene con quei “grazie” così goffi ed impacciati. Minerva lo interrogava su tanti piccoli fatterelli e sui suoi gusti in fatto di cinema, cibo, arte. Sembrava che il BDSM fosse al di fuori dei suoi interessi. Dopo una mezz’oretta, che sembrò a Marco lunghissima, Minerva gli comunicò che doveva lasciarlo, ma che gli faceva un ulteriore regalo di compleanno: il suo numero di ICQ. Al colmo della gioia Marco prese nota del numero e si profuse nell’ennesimo grazie. Da quel giorno Marco sbirciava nella chat amica ogni volta che poteva e se incontrava Minerva le chiedeva di passare su ICQ in privato. Ormai la sua giornata trascorreva nell’attesa dei momenti magici con Minerva. Lei lo introduceva in quel mondo meraviglioso a poco a poco, seducente maestra di perversioni. Un giorno arrivò l’ordine di andare in un sexy shop a comprare un paio di mollette per capezzoli. Emozionatissimo Marco ne scelse uno lontano da casa, per non fare cattivi incontri. Per fortuna c’era una commessa che lo consigliò con piglio sicuro e professionale. Mente tornava a casa in macchina ad ogni semaforo rosso scartava il pacchetto. Poi accarezzava quei due oggettini con vero piacere.

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A casa li provò immediatamente. Una sensazione nuova e bruciante fece la sua comparsa nella sua mente. Ma la sera fu grandiosa. Chattando con Minerva lei gli ordinò di applicarsi le mollette. Non subito. Prima gli disse di spogliarsi pensando di essere davanti a lei, poi di inumidirseli con la saliva e di farli diventare eretti. Avrebbe dovuto pensare che era lei in persona a svolgere queste operazioni. Era al colmo dell’eccitazione: Si sentiva a mille ed era meraviglioso raccontare alla sua padrona le nuove sensazioni man mano che nascevano nella sua mente. Poi fu la volta del negozio di nautica per 20 metri di cima da cinque millimetri di diametro per i primi bondage dei genitali e delle mani. Poi di nuovo al sexy shop per un paio di guanti di latex. Minerva gli spiegò come renderli lucidi. Poi in ICQ gli ordinò di metterseli e di sentire le sensazioni che gli avrebbero dato le mani della sua padrona sul suo corpo. Usciva da quegli incontri sempre più eccitato e la negazione della presenza reale della sua padrona gli appariva sempre più una feroce crudeltà. Era ormai passato quasi un mese quando durante una sessione virtuale Minerva gli chiese il suo numero di telefono. Lo squillo arrivò dopo pochi secondi. “Ciao caro” la voce era calda e sensuale, ispirava sicurezza e serenità. “Benissimo, riceverai una mail con le mie istruzioni. La tua voce è molto simpatica, ciao tesoro” Non aggiunse altro e Marco non riuscì a dormire dall’eccitazione. L’indomani arrivò l’attesissima mail. Gentilissimo schiavo, domani alzati di buon mattino. La prima volta è meglio incontrarsi in un luogo pubblico, devo studiarti per decidere se mi piaci al punti da ammetterti al mio servizio, ma la cosa è quasi sicura. In questo mese ti sei comportato veramente bene. Bacino. Lei si avvicinò, con il braccio sinistro lo abbracciò e con la mano destra, rimasta fra i loro corpi, strinse tutto quello che c’era da stringere fra le gambe. Ti dovrai trovare alle 11:00 davanti al bar di fronte all’Università. Prima di uscire indosserai il bondage dell’ultima volta: un bel nodo alla base del tuo pisellino per tenerlo duro duro, come piace alla tua padrona, poi lo avvolgerai tutto fino in cima e poi una bella legata alle tue palline di maschietto ubbidiente. Dieci minuti prima delle undici hai il permesso di massaggiarti i capezzolini e applicarci le mollette. Credo che mi riconosceresti tra mille senza problemi, comunque sappi che sarò vestita di nero. Tu invece, per agevolare la mia ricerca indosserai una cravatta nera. Marco era naturalmente eccitatissimo e Minerva lo capiva benissimo. Alla fine dell’intervento lei gli propose di rilassarsi con un gelato in un bar tranquillo. Lei lo condusse per l’originale guinzaglio e si sedettero vicini. A domani tesoro. Tua Minerva.

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Alle undici in punto Marco era davanti al bar, come convenuto. Le gambe gli tremavano, si domandava chi glielo avesse fatto fare, poi si rassicurava dicendosi che in un luogo pubblico non poteva succedergli niente di male e così via. I suoi timori non ebbero il tempo di trasformarsi in panico: Minerva era spuntata davanti a lui preceduta da un paio di tette imponenti. Sorridendo lei gli disse: “Sei Marco vero?” “Sì padrona” rispose lui. Si era preparato questa risposta provandola a lungo, aveva avuto una tale paura di rimanere imbambolato senza dire nulla. Minerva lo abbracciò come si fa con un vecchio amico e lo baciò sulle guance. Decisamente sapeva come farlo stare a suo agio. Marco provò una sensazione di calore. Minerva gli disse: Lei si avvicinò, con il braccio sinistro lo abbracciò e con la mano destra, rimasta fra i loro corpi, strinse tutto quello che c’era da stringere fra le gambe. La tecnica era perfetta. Anche se ci fosse stato qualcuno vicino non si sarebbe accorto di nulla. “Con te andrei in capo al mondo” fu la pronta risposta. Marco le si mise al fianco come un cagnolino e aggiunse “ho ancora una cosina da mostrare... Dopo essermi legato i genitali è avanzata un po’ di corda, così l’ho fatta proseguire nella tasca sinistra attraverso un buchino. Se vuoi puoi tirarla e tirerai il mio bondage. Ho fatto bene?” “Sei fantastico! Un meraviglioso schiavo intraprendente. Questo sì che è un bel regalo. E dove sarebbe questo spago?” Marco le prese la mano destra, la baciò timidamente e la guidò verso la sua tasca sinistra. Minerva raggiunse la corda e tirò. “Funziona?” Marco gemette leggermente e disse “Penso di sì”. “Allora procediamo” Minerva lo guidò verso l’aula e si sedettero uno accanto all’altro. Marco poco prima dell’inizio si permise di sussurrarle all’orecchio: “I tuoi capelli mi fanno impazzire” Minerva aveva effettivamente dei magnifici capelli neri che le scendevano copiosi lungo le spalle. Marco aveva spesso fantasticato di spazzolarli e accarezzarli. “Sfacciato” lei rispose, poi sorridendo gli disse “se vuoi puoi accarezzarli”. Marco era felice. Li accarezzò timidamente finché entrò il vecchio trombone che doveva tenere il seminario. Minerva seguiva con attenzione e prendeva appunti, Marco la guardava incantato. Chissà dove sarebbe arrivato con lei! Anche Minerva era molto contenta di quel ragazzo. Le piacevano i suoi modi gentili ed educati, la sua intelligenza e spiritosità, quanto poi alla sua attitudine da schiavo, quella era una magnifica ciliegina sulla torta. Ogni tanto pensava alla sua nuova conquista e la mano lasciava la penna, raggiungeva la tasca di Marco e tirava la corda magica. Poi si gustava l’espressione di Marco e godeva del potere che aveva su di lui. Pregustava tutto il piacere che avrebbe potuto trarne in futuro. Ogni tirata aumentava il loro livello di sintonia. Era così bello per entrambi fare un gioco sessuale fra persone quasi sconosciute, le loro energie erano concentrate sul piacere di lei, non filtrate da tutte quelle cose che accadono quando due persone si conoscono in una maniera tradizionale. Il fatto che i desideri segreti di Marco fossero le prime informazioni che Minerva aveva avuto di lui e che lei li avesse condivisi era meraviglioso e magico.

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Chiacchieravano amabilmente ed il loro affiatamento cresceva, soprattutto grazie all’abilità di Minerva. Era bellissimo vedere i suoi denti schiudersi per far posto al gelato. “Mi piacerebbe mangiarti” lei disse, succhiò sensualmente il cucchiaio colmo di gelato e lo tolse dalla bocca dopo averne modellato con le labbra il contenuto. Poi lo avvicinò alla bocca di Marco e lo imboccò. “Mi piace che i miei schiavi dipendano da me per il loro cibo” Sempre con nonchalance ogni tanto Minerva pescava una cucchiaiata dal gelato suo o di Marco e gliela porgeva. Marco era sempre più catturato dal fascino della creatura dai capelli corvini. Ad un certo punto Minerva prese dalla coppa di Marco un po’ di panna con un dito e glielo porse. Lui succhiò con voluttà. Il fatto che lei disponesse a suo piacere del suo gelato e di lui stesso lo rendeva felice. Per la prima volta si sentiva completo. Poi dopo una bella tirata alla cordicella Minerva gli disse: “I tuoi genitali devono essere in fiamme vero?”. ”Effettivamente....” “Ascolta: fra poco inizierà un nuovo intervento e penso che tu ti debba rilassare. Vai alla toilette, levati il bondage” mentre parlava lei tirò fuori dalla borsetta una scatola di fiammiferi, versò il contenuto sul tavolino e gliela porse “e pensa a me mentre ti liberi. Pensa alle mie mani che ti sciolgono il sesso, pensa che mi stai accarezzando i capelli, pensa che sono io che ti mungo. Hai capito? Ti sto dando il permesso di venire. Metti quello che ti esce nella scatoletta e riportamela. Il contenuto è mia proprietà, schiavo.”. Marco prese la scatoletta tremando e si recò alla toilette. L’ultima parola di Minerva gli era sembrata un premio al suo comportamento, una specie di promozione sul campo, ne era orgoglioso. Lei lo accompagnava con lo sguardo pensando a quanto sarebbe stato divertente sculacciarlo ben bene tenendolo sulle ginocchia. Chissà, magari al prossimo incontro. Marco tornò rilassato. Quell’interminabile erezione gli stava facendo scoppiare il cervello, ma solo ora che era terminata comprese quanto era stato in tensione. Minerva lo accolse con un sorriso e gli fece cenno di darle la scatoletta. Era venuto dopo pochi colpi e aveva messo tutto il secreto nella scatoletta come richiesto. Minerva la aprì, prese il cucchiaino di Marco e scavò un buco nel suo zabaione. Poi con lo stesso cucchiaino prese il liquido della scatoletta e lo mise nel buco appena preparato. Poi prese un po' di zabaione e di sostanza gelatinosa. Lo porse a Marco. Marco si accostò con timore, poi ingoiò. La cosa si ripeté: a poco a poco il ribrezzo di Marco calava. Passò dalle prime timide cucchiaiate piene di gelato e con una puntina di seme a quelle sempre più ricche del suo succo. Poi Minerva smise di imboccarlo e lui proseguì da solo. Minerva gli chiese: “Allora? Non ti piace?” “Sì padrona, è ottimo” Lei sorrideva incoraggiante. Poi Marco prese una cucchiaiata liscia e assaporò il suo prodotto. La cosa era per lui nuova. Si sentiva umiliato, ma anche orgoglioso di mostrarsi ubbidiente alla sua padrona. Sorrise. Lei con il suo cucchiaino prese l’ultima cucchiaiata disponibile e ingoiò. “A me piace” disse “perché non dovrebbe piacere anche a te?” “Chissà quanti pompini con l’ingoio ti sei fatto fare, cattivello, e non volevi provare?” Era affascinante. Quel Marco la stuzzicava sempre più. Lo sentiva così plasmabile, così dolce, così facile ad essere preda della sua sensualità.

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Poi Minerva lo baciò a piena bocca e gli cacciò la lingua fino in fondo, quasi con violenza. Marco si sentì posseduto. Poi la vide andare via e rimase solo ad aspettare il suo futuro pieno di rosee speranze. Si mette gli orecchini poi mi prende per mano e mi porta nella mia cameretta. Quando siamo dentro “Togliti la divisa” e apre l’armadio. Io mi svesto degli accessori e del vestito. “Vediamo un po’… ecco quello che fa per te”. Ne tira fuori una camicetta a fiorellini semitrasparente a maniche lunghe e una ampia e fluida gonnellina fucsia. I risvolti del colletto, dei polsini e il fondo della gonna sono guarniti da arricciature molto evidenti. Indosso i vestiti e mi guardo allo specchio. Sembro una ragazzina frivola, di sopra, con un abbigliamento sexy, sotto. La gonna arriva alla coscia e la bordatura semitrasparente non riesce a nascondere il pizzo delle calze a rete. Mi sento tanto “puttana” e facilmente violabile. “A posto. Ora posso andare. Puoi leggere o guardare la televisione, ma ricorda di ubbidire sempre al Padrone. Ci vediamo per l’ora di pranzo. Ciao” ed esce dalla porta senza aspettare una mia risposta. A distanza sento sbattere la porta. Non ho avuto ordini particolari e cerco di starmene per conto mio. Ne approfitto per curiosare nella stanza. Apro il famoso armadio per vedere se trovo qualcosa di interessante. Niente, solo vestiti, tutti rigorosamente femminili. Anche molto giovanili, alcuni infantili e comunque molto frivoli. Nella scena due donne fanno l’amore tra di loro in una camera da letto. Poi arrivano tre uomini e mentre una viene messa in un angolo e frustrata, l’altra è oggetto di sesso degli altri due. Cazzi in bocca, poi nel culo, poi di nuovo in bocca e… la mano di Marco che mi carezza sulla coscia. Gioca con le bretelline del reggicalze tirandole e facendole schioccare sulla mia pelle. Franco non è da meno e solleva la gonna fino a raggiungere le mutandine. Anche la biancheria ha lo stesso aspetto. Penso che la Padrona abbia più il piacere di trovare una persona da assimilare ad una nipotina, da usare come una bambola da vestire, piuttosto che una domestica. Sicuramente quando la sera prima ha goduto con me, lo ha fatto pensando ad un piacere lesbico, come fossi stato una donna e non un uomo. E il Padrone? Lui si diverte e sfrutta la situazione. Forse lui è il vero master della situazione. Il contatto del mio sedere con il divano, mi fa fare un piccolo sobbalzo perché sento ancora dolore. Vedo che Franco e Marco si guardano sorridendo per questa mia reazione. Marco fa partire il videoregistratore con il telecomando. Solo ora, in questa nuova posizione mi accorgo di quanto sia cortissima la mia gonna e la sistemo al meglio per coprire le cosce e non far vedere le bretelline della guêpiere. Parte il filmato e loro due non sembrano interessati a me. E’ una ripresa amatoriale di un loro conoscente. Non tardo a capire che il contenuto di tale film è decisamente hard e vedo Marco e Franco con i pantaloni aperti che si masturbano. Anche io mi eccito nella visione e sento che lo stretto perizoma non è più in grado di contenermi.

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Postato da: Sesso il 11:48

09.05.05

Riflessi di Luce

Come posso sperare che domani sia un giorno normale, che il primo pensiero al risveglio mi conduca ad occhi chiusi in cucina e il vapore della moca mi schiuda le palpebre ancora appiccicose di sonno. Come posso pensare che questo giorno, che lentamente finisce e m’avvolge come lenzuola di seta, possa scivolare indifferente ed anonimo come il sudore sotto la doccia dopo una giornata di lavoro.
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Come posso lasciarmi alle spalle quello che stasera è successo, o meglio, quello che volontariamente ho voluto, perché nessuno m’ha puntato pistole o minacciato di squartarmi fegato e cuore a piccoli pezzi. Eppure gli affetti non mi mancano, ho una famiglia, dei nipoti che mi stringono il cuore quando mi chiamano zia. Ho un cane che impaziente m’aspetta in giardino la sera, con il muso schiacciato alla ringhiera e gli occhi fissi al cancello che non guardano altro. Vorrei che tutto ciò fosse soltanto un maledetto sogno, un incubo fuori orario che ti fa svegliare di soprassalto con il cuore che sbatte e s’allarga oltre le ossa e la carne, ma che dopo un istante di ragione torna tutto normale, perché nulla è successo e la casa, silenziosa e accogliente, ti ripara dai tuoni e dal temporale che incombe di fuori su Roma. Vorrei che fosse soltanto una brutta storia raccontata davanti ad una tazza fumante di the o un film visto comodamente in poltrona magari con Rossella che spera e si rassegna che domani è semplicemente un altro giorno. Ed ora cammino in equilibrio sopra un filo di sputo misto a sangue, che s’allunga e s’incunea fino a sfiorare l’asfalto, che bagnato riflette strascichi e pattume di una notte che meglio sarebbe riuscita senza varcare la soglia di casa, che meglio comunque sarebbe passata senza avvertire questa maledetta rivincita che adesso mi pento d’averla provata. Mi sento sporca di dentro e di fuori, tra i capelli pieni di pioggia che colano lungo le spalle e a malapena mi coprono quello che il vestitino nero da sera non potrebbe più fare. E con questo seno nudo e sfrontato vado incontro a quella luce sbiadita che da lontano m’orienta e mi conduce dove altrimenti non saprei dove andare. Eppure questi sassi, quest’acquedotto che sa di antica Roma e corre lungo la via mi sono stranieri, come questa luna che ocra riflette, non è il profilo che io conosco, la parte che mi culla e mi rassicura la sera prima che il sonno mi rapisca la mente. Nulla m’è più familiare, tranne quella luce stinta e scolorita che ad ogni passo si fa più mistero, come due occhi truccati di ombretto e mascara dentro un chador.

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Prima di uscire ero in casa con la tavola ancora disordinata di molliche di pane e d’avanzi, quando un’impazienza scomposta ed improvvisa m’ha fatto sentire più inutile di un gelato d’inverno, come se fuori il mondo girasse e godesse quello che non m’era più permesso, come se il mio ex marito stesse scopando con la sua nuova compagna, come se il mio amante attuale stesse apprezzando il culo formoso di sua moglie in cucina, come se i miei organi interni avessero all’improvviso cambiato di posto. E con il cuore in gola e la vendetta nel cervello ora faccio fatica a razionalizzare momenti dove la ragione non ha voluto mettere piede, nemmeno per indicarmi l’ora sconveniente dell’orologio sulla parete del bagno mentre m’abbellivo e mi coloravo per farmi più identica all’idea criminale che mi frullava nella mente. Semplicemente non sopportavo che il mondo fosse libero di godere privo di quegli ostacoli che invece la mia mente erigeva nelle tante occasioni, che il mondo in quell’istante stesse disperdendo fiumi di sperma e liquidi lubrificanti di femmine che allargavano le cosce e gridavano senza problemi il loro piacere. Come la mia vicina di casa che in quel momento la sentivo aggrapparsi alla spalliera del letto o alla maniglia della finestra e gemere indecente sotto i colpi di un pene di nascosto da suo marito a Milano per lavoro. Avvertivo un bugiardo fremito affilato di caldo che risaliva lungo la schiena fino a riscendere davanti, appuntendo i miei seni e gonfiando più in basso il mio ventre, ma che tuttavia sarebbe rimasto tale senza farsi fragore ed orgasmo. Lo sentivo, misto a dolore, farsi strada tra le mie viscere fino a ferirmi la mia parte più fertile che s’apriva spontanea ed obbediente all’idea folle di uscire ed andare per provarne ancora una volta l’effimero abbozzo di piacere, senza per altro avere in mente uno straccio di dove, un pezzo di mondo per non essere anonima. E più mi guardavo allo specchio e più mi illudevo che non c’era nulla di male prendere un taxi ed andare incontro alla sera, incontro all’idea disperata che in quell’istante non era altro che un’ombra, che inconsistente prendeva via via forma e colori, bellezza e sensualità, e semplice voglia di passare una vera notte.

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Ma sapevo che tutto ciò era soltanto un sogno, era soltanto un altro maldestro tentativo per rimanerne delusa, per ricacciarmi nelle ombre frigide della mia mente che mi spezzavano, nel momento migliore, ogni velleità di provare piacere e di essere femmina tutta. Avrei potuto chiamare la mia amica Silvia che sicuramente m’avrebbe presa per pazza, ma quel numero di telefono sbatteva violento tra le pareti del mio cervello, quel numero di nove cifre che per un caso fortuito ne ero entrata in possesso. L’ho composto, per la prima volta, come un pianista inesperto ripassa un solfeggio, fino a che una voce dall’altro capo del fino, ha smolecolato, come aspirina dentro un bicchiere, anni di pianti e ragioni, stati d’animo impotenti di rabbia e depressione che ancora oggi mi tornano violenti senza preavviso. Non so perché proprio lui, tra i tanti uomini svegli a quell’ora, ho deciso di sfidarmi e di sfidarlo senza che nemmeno un pizzico di coscienza mi sia venuta in aiuto. L’ho trovato seduto mezz’ora dopo al primo autogrill che s’incontra in autostrada per Napoli, intento a fissare la porta dove prima o poi sarei riapparsa dopo anni e tanti tagli di capelli, domandandomi se quello attuale fosse stato il migliore. Nonostante gli anni era identico alla foto del giornale che gelosamente conservavo, chissà perché poi, dentro un libro di Sibilla Aleramo. Prima d’allora non avevo mai visto quella faccia in carne ed ossa, non avevo mai avuto la curiosità di vedere chi nel tempo portavo ancora dentro provocandomi nausee che nessun vomito m’avrebbe potuto liberare. Ed ora lì di fronte, mi sorrideva come un amico che non vedi da tempo, come un padre pentito d’aver abbandonato la famiglia, come un uomo che non ha ancora capito se è arrivato il momento di allungare le mani. Avrei voluto chiedergli perché proprio io, perché tra le tante donne che si fermano per un caffè aveva adocchiato proprio me. Forse per i miei tacchi che ancora m’ostino a portare alti, o per le mie gambe dritte e perfette che tutte m’invidiano, o perché, semplicemente, avevo un’aria da preda, da cagna che è lecito, nella mente di un maschio, abusarne senza troppi convenevoli.

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Non ero più bella di altre, non ero più provocante di tanti altri giorni quando cerco un parcheggio o salgo su un aereo ed accavallo le gambe. Perché proprio quella sera? E poi m’aveva seguito per centinaia di metri, tra le macchine in sosta, lungo il piazzale coperto di neve, senza perdermi di vista, senza distogliere quell’idea fissa che si stava facendo violenza e sopruso verso chi ignara non pensava altro che tornarsene a casa, farsi una doccia bollente e telefonare a mio padre come tutte le sere. Non feci in tempo ad aprire lo sportello della mia macchina, non feci in tempo a rendermene conto che due braccia strette a morsa mi stavano sollevando e scaraventando dentro un camion pieno di pneumatici. Vorrei che fosse soltanto una brutta storia raccontata davanti ad una tazza fumante di the o un film visto comodamente in poltrona magari con Rossella che spera e si rassegna che domani è semplicemente un altro giorno. Non so perché proprio lui, tra i tanti uomini svegli a quell’ora, ho deciso di sfidarmi e di sfidarlo senza che nemmeno un pizzico di coscienza mi sia venuta in aiuto. Quell’odore di gomma m’è rimasto per anni appiccicato nel naso misto a quel sudore stagnante di uomo che mi tappava la bocca e mi deturpava la carne intima ed arida. Semplicemente non sopportavo che il mondo fosse libero di godere privo di quegli ostacoli che invece la mia mente erigeva nelle tante occasioni, che il mondo in quell’istante stesse disperdendo fiumi di sperma e liquidi lubrificanti di femmine che allargavano le cosce e gridavano senza problemi il loro piacere. Ma nessuno m’avrebbe potuta sentire, ed infatti non gridai assecondandolo in tutto e per tutto al punto che un poliziotto per caso avrebbe potuto confondere uno stupro con un atto d’amore. Non sono svenuta, non ho cercato di scappare ed ancora adesso mentre guardo quelle mani, le stesse mani d’allora, mi domando come è stato possibile non provare paura, anzi essere più generosa che con mio marito o con il mio amante d’adesso che mi consuma le membra e mi devasta il cervello senza per questo provare il minimo orgasmo.

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Si è svolto in Canada il primo Feminist P. Awards, evento dedicato ai film hard che esaltano il piacere femminile. E che spesso sono diretti e prodotti da donne. E' stato il Canada ad ospitare il primo Feminist Porn Awards, manifestazione che premia i film pornografici che esaltano il piacere femminile. Diverse le categorie in concorso, dalla migliore regista donna al miglior orgasmo. "Purtroppo in giro c'è troppa pornografia di infima qualità, in cui l'immagine della donna è svilita in maniera inaccettabile", racconta Chanelle Gallant, organizzatrice dell'evento: "Vogliamo far sapere che esiste anche un altro tipo di cinema a luci rosse, in cui il piacere femminile non è meno importante di quello maschile". "Molti pensano che pornografia e femminismo siano incompatibili", spiega la scrittrice Tristan Taormino, "io invece credo che il porno possa essere anche un atto politico, valido e convincente tanto quanto altre forme di attivismo all'interno dei movimenti femministi". Secondo Abiola Abrams, produttrice e regista di film a luci rosse, un cambiamento decisivo è avvenuto quando le donne sono passate dietro la cinepresa e dietro la scrivania. "Donne registe e donne produttrici non hanno solo elevato la qualità del prodotto, ma lo hanno reso appetibile anche per il pubblico femminile". "In pochi credevano al mio stile soft porno, che io definisco romantico", racconta Candida Royalle, una delle registe donne più quotate, "ma i produttori si sono fatti convincere dalle vendite."

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Postato da: Sesso il 19:11