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18.03.05

Quel Profumo

Sarà che stasera avresti voglia di uscire, sentirti padrona della notte che cala, tra i pioppi che storti corrono al mare, tra il freddo di fuori che punge e ti gela. Non chiedi altro che un fuoco vicino, che ti scaldi le gambe per essere pronte, al primo che ha voglia di sentirne l’odore, al secondo che indugia e fa il giro tre volte.
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Alle volte ti chiedi perché solo nel sogno, ti trucchi la faccia da ballerina di circo, lasciando che il vento ti scoperchi la gonna, ed un uomo qualunque dia un prezzo al tuo seno. Davvero ti chiedi cosa ti manca, per essere come una moglie normale, senza che l’anima ti sbatta di notte, dentro cunicoli stretti di melma, dove nutri i tuoi seni e nutri le gambe, nell’attesa impaziente che sia quello il momento, quando un uomo qualunque abbassa la lampo. Oddio che volgare! Diresti a Cecilia, la tua amica del cuore in cerca d’amante, ma poi ci ritorni in quel sogno malsano, quando lo giuri che vorresti essere quella, che batte vicino al tuo portone di casa. Ha le unghie scrostate e un sorriso ingiallito, la calza smagliata e spalanca le gambe, per invitare chiunque reprima lo schifo, di un rossetto che spalma per ingrandire la bocca, finché capiente sia giusta per l’uso, ad ogni tipo di forma che abbia voglia d’alcova. Alle volte ti chiedi cosa c’è nella voglia, di mostrare la tetta e farla ciucciare, come coperta da un velo di panna, di fragola e zucchero e miele che cola, e lui che ciuccia che stringe che succhia, perché non c’è di meglio di una signora borghese, che batte la strada per sentire il rumore, del tacco che struscia sull’asfalto di sera, fino a quando decisa giri di giorno, in cerca di un posto che ti pare tranquillo. Alla fine non puoi che scegliere un viale, di pioppi e castani che corrono storti, di una siepe che dietro potrebbe servire, per maschi di fretta a passeggio col cane. Torni a casa felice pensando a cosa ti metti, che sia adatta a quell’ora dalle cinque alle sette, in faccia al tramonto che ti colora le scarpe, e riflette il metallo dei tuoi tacchi appuntiti. A pranzo ti senti sbadata e confusa, tuo marito ti chiede se hai le tue cose, ma in realtà ti tormenti perché non hai ancora deciso, se quella gonna leggera faccia scattare la molla, di sesso e passione a chi ti vede di scorcio.

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Ti passano immagini dentro la testa, ti passano vive quando offri le labbra, perché altro non vuoi al primo incontro stasera, altro sarebbe davvero di troppo, per sentire l’odore non serve aprire le gambe, cercarti quest’anima dalla porta davanti. Oddio se tuo marito leggesse ciò che ti frulla, mentre addenta con gusto una fetta di carne, e di fretta poi esce per tornare al lavoro, sicuro che oggi incontri le amiche, a casa d’Ilaria per un compleanno. Se sapesse che sotto il vestito già indossi le calze, un corpetto di lacci che fibrillano sesso, come un operaio che indossa la tuta, nell’ora di pausa per fare più in fretta. Perché hai solo due ore per farti più bella, dirigerti dove hai scelto di stare, solo due ore per convincerti ancora, che quello che cerchi non lo trovi nel letto, puntuale da anni quando rimani in attesa, dopo la cena ogni sabato sera. Il posto che hai scelto è una strada che corre, ci sbattono il muso se intravedono al bordo, un mistero di donna che accavalla le gambe, che punta i suoi tacchi per mostrare le punte, per alzarti di fretta al primo che frena. S’accorge eccome s’accorge, che sei in attesa del primo cliente, perché un euro o cento non fa differenza, se poi ti guarda e ne apprezza il contorno, se quando sali ti dice che mai fino ad ora, ha visto una donna con due gambe perfette, che quella trama di calza è troppo elegante, troppo costosa e non batte all’incrocio, della strada che porta in pineta ed al mare. Sono gambe di donna che accavalli leggera, una gonna che sale fino al ricamo, sono cosce di pelle che si schiudono al tatto, d’una mano che suda e lentamente risale, fino nel punto dove è più forte l’inganno, perché quello che offri non è un sesso slabbrato, sai di sapone e te ne vergogni, vorresti davvero strusciarla ad un muro, impregnarti d’odori e mostrarla con vanto, lacerata per sessi che non cercano attrito. Lui se ne accorge e ti chiede un nome, perché troia sarebbe troppo e volgare, ma la sua mano la senti eccome la senti, che ti stringe le maglie d’una calza di rete, che ti stringe nel mezzo come se volesse tapparla. La senti eccome la senti, che ti cerca nei posti dove non avevi pensato, perché mai tuo marito ha inoltrato la voglia, dove il dito ad uncino ti scosta la seta. E tu obbediente ti lasci toccare, e poi di nuovo ad accavallare le gambe, ed intanto ti sfiori con la lingua le labbra, ostenti leggera un seno che esce.

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Oddio davvero ti facesse provare, sotto la chioma di pini marini, in faccia ad un sole che ti tinge d’arancio, cosa vuol dire un corpo di donna, senza che l’anima si ribelli all’istinto, senza per altro dovergli giurare, che lo ami da sempre perché t’ha fatto godere. Sei labbra e tette il resto non conta, seno abbondante e unghie laccate, e fingi convinta che non è il primo cliente, in anni ne hai presi un sacco e una sporta, e solo stasera non basterebbe una gabbia, per contenere gli uccelli che volano bassi, all’altezza precisa delle tue labbra più rosse. Ma lui non ci crede e gli sembra un delitto, sprofondare in un corpo che sa di famiglia, come un uomo maturo su una vergine intatta, come un uomo per bene che ora ti chiede, quale ragione ti fa aprire la gambe, quale istinto la voglia di sentirti un nonnulla. Ma tu ti ribelli perché non puoi accettare, che il tuo primo cliente non ti tratti per come, ti sei conciata stasera per due ore allo specchio, per due ore che ora sono inutili e vane, e stizzita gli chiedi di riportarti nel posto, da dove t’ha presa con il fiato sospeso. E’ un uomo per bene e ti paga lo stesso, e vorrebbe incontrarti in un posto diverso, ma tu rifiuti con rabbia e con sdegno, perché quello che cerchi sono maschi diversi, che come nel sogno ti puntino il sesso, imprevisto e indecente dove vibra la pelle, dove fa male e ti piace e ne chiedi dell’altro, senza aspettare il sabato sera. E torni testarda su quello steccato, strusci il sesso su la corteccia di pioppo, t’impregni dell’erba calpestata da cani, perché prenda l’odore di mosche e di muffa, e copra il profumo di sali e di talco, l’indelebile odore di fica borghese. Riaccavalli le gambe riscopri la gonna, e ripeti a memoria le mosse studiate, rallenta una macchina poi un’altra si ferma, ti chiede per quanto e pretende uno sconto, non lo vedi convinto ed apri le gambe, non lo vedi deciso e mostri il tuo seno, perché i suoi occhi non abbiano dubbi, perché questa volta non è consentito fallire, quando ti cerchi nel silenzio di notte, quando ti sfiori con le dita più fitte, e tuo marito che dorme ha il sonno leggero.

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Censura Postale
Negli USA, un impiegato delle poste ha deciso che gli inviti a una mostra d'arte fossero troppo osée. Le cartoline sono state censurate e rimandate al mittente. Per la seconda volta in pochi mesi, un impiegato delle poste ha censurato le cartoline di invito a una mostra organizzata dalla Washingtonville Art Society. Stavolta si trattava di Hudson Valley Bodyscapes, una collettiva di artisti che lavorano sul nudo. La cartolina mostrava un quadro a olio di Briget Herbst dal titolo Moody Blue, un nudo integrale femminile. Gli inviti sono quindi stati rimandati alla galleria, con la motivazione che fossero troppo spinti. Bridget Herbst ha protestato pubblicamente, sostenendo che in televisione si potesse mostrare qualunque volgarità, mentre i suoi nudi, delicati e artistici, venivano censurati. Dani McIntosh, presidente della Washingtonville Art Society, ha dovuto cambiare l'immagine delle cartoline ma ha presentato una lamentela alle poste. Pochi mesi prima, un altro biglietto di invito a una mostra da lei organizzata, raffigurante un ritratto di donna a carboncino, era stato respinto al mittente. Dani McInthosh ha scoperto che gli impiegati postali non hanno alcun diritto di censura. Il portavoce del U.S. Postal Service, Tony Musso, ha dichiarato che i loro dipendenti non sono tenuti a decidere cosa sia immorale. Solo nel caso in cui il postino ricevesse una lamentela da parte del destinatario, sarebbe tenuto ad avvisare il mittente di non effettuare altre spedizioni a quell'indirizzo.

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Furibonda e masticando sempre più forte il desiderio di una vendetta terrificante, guardò tutto il nastro per ben tre volte: sconvolta, frastornata, confusa e lucida, eccitata e incazzata, razionale e irrazionale continuava a scorrere le immagini… Luisa molto disinvoltamente si avvicina a Paolo e senza particolari premesse lo centra con le sue mani curate ed eleganti, le orecchie di Paolo rimbombano come se fosse in fondo ad una caverna. Per non essere da meno anche Luisa sputa in faccia allo schiavo già in difficoltà. Ivana è già pronta per il suo turno e la cattiveria con cui esplode i suoi ceffoni è uno spettacolo nello spettacolo: potenti, fulminei, a piene mani… Forse fu quella la sua mossa più sbagliata. Ivana aveva le chiavi dell’ufficio di Paolo e rovistando ovunque trovò quanto di meglio poteva desiderare per articolare una vendetta soddisfacente e spietata che la ripagasse del dolore subito ma fosse al tempo stesso un sistema per divertirsi enormemente ad esclusivo beneficio della sua indole di Sadica Padrona che in quel momento più che mai urlava la propria necessità di riavere il suo uomo nel più totale e crudele ambito di schiavitù senza via d’uscita. Riposta ingenuamente dove custodiva in genere le videocassette dei precedenti giochi erotici con e di Ivana, lei stessa trovò un nastro con la data di quei giorni. Emozionata e sconvolta attivò un videoregistratore per vederla. Paolo sul proprio letto stava per accogliere Rossella che… indossava un abito di Ivana! Le sue calze, le sue scarpe… Massimo aveva il dovere di perdonare Rossella (anche se le cose non stavano proprio così) e di farle odiare Paolo, del resto lo scopo più sottile di Ivana era proprio quello di rivoltare anche lei contro di lui. Paolo riceve una raccomandata direttamente a casa e in ufficio, la apre, incredulo quasi collassa dal contenuto. Ivana, Rossella Luisa Victoria e Massimo lo aspettavano a casa di Victoria, la "suocera" per un processo informale ma che si prospettava senza via di uscita. In caso di assenza lo avrebbero tutti denunciato per abuso sessuale a scopo di lucro incastrandolo con la videocassetta, e non sarebbe stato semplice uscirne. Anche lei correda il tutto con un ricco sputo in faccia allo schiavo che quasi apprezza tra sé e sé il sapore della saliva di queste donne così aggressive e crudeli. Massimo prende per mano Rossella e la porta con sé di fronte a Paolo. Lui che cavalcava lei, lei che cavalcava lui, il cazzo del suo uomo nella bocca di quella troia, nella figa della troia, nel culo… abbracci e baci a piena lingua, mani che si intrecciano in un convulso e appassionato gioco di corpi e piacere, parole dolci, parole oscene, urla di piacere, orgasmi, oggetti, ancora orgasmi… Ivana preparò tre copie di quel nastro e le diede a Massimo, a sua madre Victoria e alla madre di Rossella, Luisa. Allegate in una busta delle lettere che spiegavano come Paolo avesse circuito Rossella non per amore o piacere ma per il solo scopo di realizzare videocassette hard da scambiare su Internet o vendere a privati. Quella era la prova che non solo non c’era stato amore bensì un secondo fine molto più infamante e punibile.

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Postato da: Sesso il 18.03.05 17:26